La Serie D che sceglie all’unanimità Giancarlo Abete non è soltanto una formula utile per riassumere una mattinata romana densa di contenuti, ma è soprattutto l’immagine più nitida di un movimento che, mentre il calcio professionistico si restringe, continua ad allargare la propria influenza nei territori, nelle comunità e nelle storie personali di chi vive lo sport come passione prima ancora che come business. È accaduto ieri mattina, a Roma, all’Hotel Holiday Inn, durante l’Assemblea Ordinaria Elettiva del Dipartimento Interregionale, tappa cruciale del percorso di rinnovo dei vertici della governance della Lega Nazionale Dilettanti.
Lì, tra deleghe, rappresentanze e votazioni che a volte possono sembrare semplici passaggi formali, si è percepito invece un clima di compattezza, quasi di necessità condivisa: le società di Serie D presenti in sala o rappresentate con delega hanno designato all’unanimità Giancarlo Abete quale candidato unico alla presidenza della LND anche per il nuovo quadriennio olimpico. Un voto netto, privo di sfumature, che dice molto sul peso politico e culturale della Serie D e sulla fiducia riposta nella continuità, ma anche nella capacità di affrontare con visione le sfide di un calcio che non può permettersi di restare fermo.
Serie D unanimità su Abete: una scelta che vale più di un voto
Quando una categoria come la Serie D si presenta unita su un nome, il punto non è solo la nomina. Il punto è il significato. L’unanimità della Serie D su Abete racconta un’idea di sistema che, pur composto da realtà diverse per storia, ambizione e dimensioni economiche, riesce a trovare una linea comune in un momento in cui la riforma dell’ordinamento sportivo, le difficoltà gestionali e la pressione sui bilanci chiedono scelte chiare.
Non è un segnale da sottovalutare, perché la Serie D è un universo complesso: è il palcoscenico di piazze che hanno conosciuto la Serie A e di paesi che si riconoscono nella propria squadra come in un simbolo civico; è il campionato di chi sogna il salto e di chi difende con orgoglio la propria identità; è un torneo dove il valore tecnico si intreccia alla sostenibilità e dove i giovani, spesso, trovano spazio reale e non solo dichiarato.
L’unanimità, in un contesto così variegato, è un fatto politico e culturale insieme. Ed è anche un messaggio che la Serie D invia a tutto il movimento dilettantistico: la centralità del campionato non è una rivendicazione astratta, ma una realtà che chiede ascolto nelle sedi dove si decide.
Christian Mossino e la squadra: convergenza e continuità
Accanto alla candidatura unica di Abete, l’assemblea ha mostrato una convergenza altrettanto netta sull’indicazione di Christian Mossino quale candidato a Vicepresidente vicario. In un sistema che ha bisogno di unità non solo in cima, ma anche nella gestione quotidiana delle dinamiche federali, la scelta di Mossino rappresenta l’idea di una squadra che intende continuare un percorso, mantenendo il baricentro sulle esigenze concrete delle società e sulla difesa del valore dei campionati dilettantistici.
L’assemblea ha inoltre designato i componenti del Collegio dei revisori dei conti: Gabriele Pecile, Carlo Ciccaglioni e Antonella Vitale. Anche questo passaggio, apparentemente tecnico, è cruciale perché garantisce un presidio di trasparenza e controllo in una fase storica in cui la sostenibilità economica non è un accessorio, ma una condizione di sopravvivenza e di crescita.
Delegati assembleari: la Serie D sceglie i suoi rappresentanti
Un altro snodo centrale della mattinata è stato l’elezione dei tre Delegati Assembleari Effettivi Francesco Bravini, Ivo Manzoni ed Eugenio Russo, con supplenti Giovanni Sigaudo, Gianfilippo Rossi e Francesco Imperato. Saranno loro, lunedì prossimo, a partecipare all’elezione delle cariche apicali della LND.
Questo passaggio ha un valore simbolico forte: i delegati non sono semplicemente nomi su un foglio, ma la voce del campionato nelle decisioni strategiche. La Serie D, da anni, insiste su una richiesta semplice: essere considerata per ciò che è, ovvero una cerniera tra base e professionismo, tra calcio di provincia e grandi ambizioni, tra territorio e prospettiva nazionale. I delegati, in tal senso, diventano la traduzione concreta di quella centralità di cui tanto si parla e che, in questa assemblea, è stata ribadita con determinazione.
Un’assemblea densa: presenze, istituzioni e coordinamento
I lavori sono stati coordinati da Edmondo Caira e hanno visto interventi significativi, tra cui quelli del Presidente AIA Carlo Pacifici e del Responsabile CAN D Alessandro Pizzi. La presenza della classe arbitrale e dei vertici tecnici della CAN D non è un dettaglio: significa riconoscere l’importanza della regolarità, della qualità e della crescita dell’intero sistema Serie D anche attraverso il lavoro degli arbitri, spesso sotto i riflettori, sempre determinanti per la credibilità del campionato.
In sala erano presenti, inoltre, figure di primissimo piano del mondo LND: il Segretario Generale LND Massimo Ciaccolini insieme al Vice Mariangela D’Ezio, l’Amministratore delegato LND Servizi Antonello Valentini, il Segretario del Dipartimento Interregionale Mauro de Angelis e i Consiglieri Giuseppe Dello Iacono, Pietro Bertapelle, Massimo Caldaroni, Giacomo Diciannove, Giuseppe Pandolfini, Maria Teresa Montaguti, Francesco Cupparo e Sergio Gardellini. A testimoniare l’attenzione al lato sportivo, presenti anche il selezionatore della Rappresentativa Serie D Giuliano Giannichedda e il collaboratore tecnico Gianfranco Tosoni.
È la fotografia di un mondo che non si limita a “fare campionati”, ma costruisce un ecosistema: normativo, economico, tecnico, comunicativo. E proprio su questi temi la mattinata ha regalato spunti che vanno oltre le nomine.
Abete e i numeri della LND: un patrimonio che parla italiano
Nel suo intervento, Abete ha offerto un passaggio che, letto con attenzione, è molto più di un ringraziamento di rito. Ha detto: «Ringrazio per la fiducia le società, patrimonio primario della LND che oggi ne conta più di 11.000 nelle varie categorie e 1.116.000 tesserati fra Lega Dilettanti e Settore Giovanile e Scolastico, quest’ultimo il dato più alto degli ultimi 20 anni nonostante la crisi demografica e la complessità del quadro normativo in merito alla riforma ordinamento sportivo», ha espresso nel suo intervento Abete.
«In questo contesto la Serie D assume una dimensione assolutamente centrale, la cui forza consiste nel mettere in campo valori e non interessi rappresentando territori e la loro storia attraverso sacrifici più che per opportunità. Centralità della D che è cresciuta negli anni sia per i valori tecnici espressi, ma anche in virtù dei numeri del mondo professionistico che si sono progressivamente asciugati.
Oggi che si parla tanto della mancanza di spazio dei giovani nei tornei di vertice, la Serie D si conferma invece un terreno fertile per la valorizzazione del talento. Evidentemente questo come altri problemi non sono da ricercare nel peso dei dilettanti all’interno del Consiglio federale, che ricordo essere minore rispetto agli omologhi nelle cinque maggiori federazioni europee, e lo faremo presente il 4 novembre con uno spirito positivo. Anche per quanto riguarda la riforma dei campionati, ne discuteremo ricordando come il sistema delle promozioni e retrocessioni è qualcosa che dipende anche dai piani alti e non solo dalla nostra prospettiva».
Dentro queste parole c’è un concetto chiave: la LND non è una “periferia” del calcio italiano, ma un corpo centrale che sostiene l’intera struttura. Gli oltre 11.000 club e più di un milione di tesserati rappresentano un capitale sociale enorme. E quando Abete parla di “valori e non interessi”, mette sul tavolo una distinzione che spesso si perde nel frastuono mediatico del calcio dei grandi palcoscenici. La Serie D, in questo senso, diventa l’esempio più evidente di come il calcio possa essere ancora appartenenza, volontariato, competenza e sacrificio.
Serie D, giovani e talento: la risposta concreta a un problema nazionale
Uno dei punti più incisivi dell’intervento di Abete riguarda lo spazio ai giovani. Nel dibattito nazionale si parla spesso della mancanza di minuti per gli under nelle categorie di vertice. La Serie D, al contrario, da anni è un laboratorio reale di crescita, non un progetto sulla carta.
L’unanimità della Serie D su Abete si intreccia anche con questa consapevolezza: se il calcio italiano vuole tornare competitivo e sostenibile, deve avere un sistema che alimenti il professionismo. E la Serie D, in questo schema, è un ponte imprescindibile. Non solo perché ospita talenti che poi salgono, ma perché crea contesti in cui i giovani imparano a stare in un calcio vero, duro, fatto di trasferte, campi diversi, pressioni, tifoserie.
È una palestra in cui il talento si misura con la realtà, e spesso ne esce più forte. È anche per questo che parlare di Serie D significa parlare di futuro.
Barbiero e il racconto di una Serie D in salute
Nella sua relazione, appassionata e puntuale, Barbiero ha sottolineato il contributo fondamentale delle società per lo stato di salute della Serie D. Ha detto: «Un campionato sempre più appassionante e attento alla valorizzazione dei talenti, merito del lavoro e della passione dei dirigenti dei nostri club che hanno saputo gestire con grande senso di responsabilità i cambiamenti richiesti dalla riforma dell’ordinamento sportivo.
In questa fase delicata, il Dipartimento Interregionale si è messo completamente a disposizione per accompagnare il processo di transizione, confermando il sostegno economico ai club e raddoppiando a partire da questa stagione i contributi per le realtà più sensibili all’impiego degli under oltre quelli previsti da regolamento. Che la Serie D sia una palestra importante per formare i talenti lo dimostrano i dati sulla provenienza dei calciatori che compongono le rose dei campionati di vertice oltre al numero di passaggi al professionismo dei ragazzi selezionati ogni anno in Rappresentativa.
Anche dal punto di vista della comunicazione abbiamo raggiunto risultati molto importanti, a partire dai dati degli eventi in diretta streaming per passare ai numeri impressionanti generati sui social. I soli contenuti relativi ai top gol e parate della scorsa stagione hanno generato qualcosa come due milioni e mezzo di visualizzazioni tra Instagram e Facebook. A tal proposito siamo in fase di definizione di un progetto che darà ancora più visibilità al campionato per quanto riguarda la diretta delle partite».
Queste parole tracciano una rotta chiara: non si parla soltanto di regole o di bilanci, ma di un ecosistema che investe in giovani, sostiene le società e costruisce visibilità. Il raddoppio dei contributi per i club più sensibili all’impiego degli under è un messaggio politico preciso: la valorizzazione dei ragazzi non deve essere un costo, ma un investimento premiato.
E poi c’è la comunicazione, vero spartiacque dei prossimi anni. Perché il calcio di oggi vive anche di visibilità, di contenuti, di storytelling digitale. E la Serie D, spesso considerata “minore”, sta dimostrando di poter generare numeri importanti, se raccontata nel modo giusto.
Streaming, social e visibilità: la Serie D che cambia pelle
I due milioni e mezzo di visualizzazioni generati dai contenuti su top gol e parate non sono solo una statistica buona per un report. Sono la prova che la Serie D, quando diventa racconto, interessa. Ha pubblico, ha emotività, ha storie da condividere. E soprattutto ha un potenziale enorme per fidelizzare tifosi, attrarre sponsor, valorizzare calciatori e club.
In questo senso, l’idea di un progetto che darà ancora più visibilità al campionato per quanto riguarda la diretta delle partite è un passaggio decisivo. Perché la diretta non è soltanto un servizio: è un modo per legare territori e comunità, per far seguire una squadra anche a chi vive lontano, per costruire una memoria collettiva fatta di momenti, gol, errori, imprese e rivalità.
L’unanimità della Serie D sul nome di Abete, dunque, sta anche qui: nella convinzione che serva un vertice capace di accompagnare questa trasformazione, senza snaturare i valori originari del movimento.
Playoff confermati e controlli economici: regole per proteggere la competizione
Barbiero ha dedicato un passaggio anche al tema dei playoff, confermati anche per questa stagione su volontà dei presidenti. È un elemento che la Serie D difende perché aggiunge pathos, competitività e prospettiva fino all’ultima giornata. I playoff sono una narrazione naturale del campionato: permettono a chi rincorre di restare agganciato al sogno, alimentano entusiasmo, rendono il torneo più aperto.
Ma accanto alla passione serve anche tutela. Per garantire una maggiore regolarità della competizione sarà introdotto uno step intermedio nei controlli economici dei club. È una misura che va letta come protezione dell’equità sportiva: la Serie D non può permettersi di essere destabilizzata da crisi improvvise, penalizzazioni, ritiri o situazioni irregolari che mettono a rischio campionati e classifiche.
La credibilità della Serie D passa anche da qui: non basta essere il campionato dei valori, bisogna essere anche un campionato governato con strumenti adeguati alla complessità attuale.
Regolarità e integrità: confermata la collaborazione con Sportradar
In chiusura, l’assemblea ha confermato la collaborazione con Sportradar per il monitoraggio della regolarità delle partite del campionato anche per la corrente stagione sportiva. È un passaggio cruciale in un’epoca in cui la trasparenza e la lotta a qualsiasi forma di alterazione del risultato sono prerequisiti per la credibilità del calcio.
La Serie D, proprio perché è una categoria dove convivono professionisti e semi-professionisti, giovani e veterani, realtà strutturate e club di piccole dimensioni, deve proteggersi con strumenti moderni. La collaborazione con Sportradar significa presidiare l’integrità della competizione e garantire a società e tifosi che la partita si giochi sul campo, e solo sul campo.
Il senso profondo di una mattina romana
Se si dovesse raccontare questa assemblea come un semplice fatto di cronaca, si potrebbe riassumere tutto in poche righe: designazioni, nomi, delegati, convergenze. Ma il calcio, soprattutto quello dilettantistico, non è mai solo burocrazia. È una rete di persone che tengono in piedi i club, di presidenti che spesso investono più cuore che profitto, di dirigenti che imparano a navigare in un quadro normativo complesso, di allenatori che formano uomini prima ancora che calciatori, di ragazzi che sognano un futuro.
La scelta della Serie D è la fotografia di un movimento che chiede stabilità, sì, ma anche ascolto. È la voce di chi vive il calcio nei territori e pretende che le decisioni dei “piani alti” non dimentichino la base. È la conferma che la Serie D si sente centrale e vuole esserlo anche nelle scelte strategiche che riguardano riforma dei campionati, promozioni e retrocessioni, distribuzione del potere nel Consiglio federale.
E soprattutto è la dimostrazione che, in un’Italia sportiva spesso frammentata, esistono ancora momenti di unità. Momenti in cui il calcio dilettantistico, con la sua forza silenziosa, riesce a parlare con una sola voce.
Serie D e futuro LND: perché questa unanimità conta davvero
Guardando oltre la giornata di Roma, il punto centrale resta uno: che cosa significa, concretamente, questa scelta? Significa che la Serie D vuole essere protagonista della trasformazione del calcio italiano. Vuole affrontare la riforma dell’ordinamento sportivo senza subire, ma partecipando. Vuole che la valorizzazione dei giovani sia un progetto strutturale e non un tema da convegno. Vuole che la comunicazione continui a crescere, perché un campionato che si racconta bene diventa più forte. Vuole che le regole siano chiare e i controlli efficaci, per proteggere la competizione e chi lavora bene.
La Serie D, in definitiva, ha scelto l’unità come strumento politico e culturale. E l’ha fatto indicando Abete come candidato unico alla presidenza LND, con una convergenza piena che non lascia spazio a interpretazioni.
In un’epoca in cui spesso il calcio sembra dividersi tra élite e base, tra interessi e comunità, tra business e passione, questa assemblea ha riportato il discorso su un piano diverso. Ha ricordato che il calcio italiano non vive solo di Serie A e di grandi stadi, ma anche di piccoli campi, di viaggi in pullman, di volontari, di dirigenti e di tifosi che seguono la squadra come si segue una parte della propria identità.
E forse è proprio questo il messaggio più potente: la Serie D non è una categoria di passaggio. È un cuore pulsante. E quando quel cuore batte all’unisono, come ieri mattina a Roma, il calcio italiano farebbe bene ad ascoltarlo.



