C’è un tipo di notizia che, in Serie D, pesa più di un pareggio al novantesimo e più di una vittoria strappata in dieci uomini. È la notizia che cambia i volti nello spogliatoio, ridisegna le abitudini settimanali e modifica la voce con cui una squadra parla a sé stessa: il cambio in panchina. Nel girone A, la stagione 2025/26 sta raccontando proprio questo tipo di storia, una trama fatta di scelte improvvise, di ritorni che sanno di fiducia ritrovata e di ribaltoni che sembrano arrivare quando meno te li aspetti.
Il Nord-Ovest calcistico ha un modo particolare di vivere la Serie D. Meno proclami, spesso, e più sostanza. Meno dichiarazioni al vento, e più attenzione ai dettagli. Ma quando anche qui si cambia allenatore, significa che qualcosa sta realmente bruciando: un’aspettativa mancata, un rapporto logorato, un’idea di gioco che non sta più in piedi, oppure una società che decide di alzare l’asticella senza attendere che il campo dia altre risposte. E allora, dentro un campionato che non perdona cali di ritmo e che mette alla prova la tenuta mentale come pochi altri, le panchine diventano un termometro preciso.
La ricostruzione dei cambi tecnici nel girone A parla chiaro: Sanremese, Cairese, Vado e Asti hanno vissuto passaggi netti, e in alcuni casi addirittura un doppio ribaltone, come se la stagione in Serie D avesse chiesto correzioni urgenti e continue.
Sanremese, quando il mare non basta a calmare la tempesta
La Sanremese è una di quelle piazze che, per tradizione e ambizione, non accetta di galleggiare. Vuole sentire di avere una direzione, e quando quella direzione vacilla, la società tende a intervenire. Nel corso della stagione, la panchina ha conosciuto una doppia svolta che racconta bene il clima di questo campionato.
Il primo cambio registrato è quello che vede Davide Moro lasciare il posto a Fabio Fossati il 13 ottobre 2025. Una data che, in Serie D, è quasi sempre un segnale: siamo entrati nel momento in cui le società capiscono se la rotta presa a luglio può portare lontano o se rischia di arenarsi presto. E il cambio, quando arriva così, ha sempre un sottotesto: non vogliamo aspettare che sia troppo tardi.
Ma la storia non si ferma lì. Perché il 26 dicembre 2025, la Sanremese cambia ancora e affida la guida a Marco Banchini, sostituendo proprio Fabio Fossati. Un doppio ribaltone in pochi mesi non è mai “normale”. È la fotografia di una ricerca continua: dell’equilibrio, del risultato, di un’identità. E, spesso, anche della pace interna.
In un di Serie D, dove ogni domenica può diventare un test di carattere, la Sanremese si è trovata a dover scegliere due volte, come se la prima risposta non fosse bastata. Questo tipo di dinamica apre sempre due scenari: o la squadra trova finalmente la sua stabilità e il cambio diventa un punto di svolta, oppure entra in un circolo di nervosismo che rende tutto più fragile. Nel mezzo c’è la cosa più difficile: ricostruire fiducia, perché nel calcio dilettantistico la fiducia è un bene rarissimo e preziosissimo.
Cairese, la scelta di cambiare per non scivolare
Il 20 ottobre 2025 tocca alla Cairese: Matteo Solari viene sostituito da Roberto Floris. Anche qui la tempistica è significativa. Siamo in quella fase in cui si capisce se la squadra ha una crescita possibile o se sta perdendo terreno su aspetti che non sono solo tecnici: intensità, convinzione, capacità di reagire.
Cambiare allenatore in Serie D non significa soltanto modificare un modulo. Significa cambiare il modo in cui la squadra si allena, la gestione delle energie, il rapporto con i giocatori più esperti, la protezione dei giovani. Il girone A è un campionato che spesso si vince o si salva sulla regolarità, e se la regolarità manca, la società sente il bisogno di intervenire per non farsi trascinare da una spirale negativa.
Floris, in questo contesto, rappresenta un profilo chiamato a rimettere ordine. E “ordine” non è una parola fredda: è la base per giocare partite sporche, per difendere risultati, per strappare punti in trasferta quando la domenica non è perfetta. Nel girone A, dove i dettagli contano e i margini sono stretti, la scelta della Cairese è un modo per dire che la stagione non si lascia al caso.
Vado, la svolta che fa rumore anche quando sei davanti
Ci sono cambi in panchina che fanno rumore perché arrivano quando una squadra è in difficoltà. E poi ci sono i cambi che fanno rumore proprio perché arrivano quando la squadra non sembra in difficoltà. Il 9 dicembre 2025 il Vado sostituisce Giorgio Roselli con Marco Sesia.
Qui la lettura diventa inevitabilmente più profonda, perché cambiare in quel periodo significa che la società ha percepito un rischio futuro o un’incompatibilità che il campo non stava raccontando in modo evidente. Nel calcio dilettantistico, e in Serie D in particolare, capita più spesso di quanto si ammetta: una squadra può fare punti e allo stesso tempo essere “spaccata” dentro, o non convincere la dirigenza sulla prospettiva del progetto. E allora il cambio non è una punizione del presente, ma un investimento sul futuro.
Sesia arriva con l’obiettivo di trasformare la squadra in un blocco più stabile, più continuo, più adatto a reggere le settimane decisive. Nel girone A, dicembre è un passaggio chiave: chi arriva forte a gennaio spesso si prende un vantaggio mentale enorme. Per questo, la decisione del Vado va vista come una scelta di potere: non vogliamo farci trovare impreparati quando il campionato diventa un corpo a corpo.
Asti, cambiare a Natale per salvare la stagione in Serie D
Il 22 dicembre 2025 l’Asti cambia: Camillo Cascino lascia e arriva Francesco Buglio. Cambiare a ridosso delle feste ha sempre un sapore particolare. Perché significa interrompere un periodo in cui molte squadre cercano stabilità e continuità. Significa che la società ha preferito un taglio netto piuttosto che un’attesa.
Buglio, in questo scenario, rappresenta la speranza di una scossa immediata. In Serie D, il cambio in panchina produce spesso un effetto istantaneo: più attenzione, più intensità, più aggressività. Non perché l’allenatore precedente non lavorasse bene, ma perché la novità riaccende la competizione e cambia la percezione. E la percezione, in questa categoria, può trasformarsi in punti.
L’Asti ha scelto di mettersi in discussione nel momento più delicato, e questa è una forma di coraggio. Perché ogni cambio porta rischi: tempi di adattamento, gestione degli equilibri, risposta dello spogliatoio. Ma quando la stagione sembra girare male, la scelta più rischiosa può diventare anche l’unica davvero utile.
Che cosa raccontano questi cambi: la Serie D come campionato della lucidità
Mettendo insieme questi episodi, il girone A disegna un quadro chiaro: la Serie D non è un campionato che aspetta. È un campionato che giudica. Le società, soprattutto quando hanno ambizioni o quando percepiscono il rischio di una deriva, intervengono perché sanno che la classifica è una creatura viva: si muove rapidamente, e non concede seconde occasioni.
Il doppio cambio della Sanremese racconta la ricerca di un’identità e di una stabilità che non si è trovata subito. Il cambio della Cairese parla di un bisogno di ordine e di compattezza. Quello del Vado mostra la volontà di proteggere la prospettiva, anche quando il presente non sembra crollare. L’Asti, infine, scommette sulla scossa nel cuore dell’inverno.
E in tutti questi casi c’è una lezione sempre valida: in Serie D, l’allenatore non è solo un tecnico. È un gestore emotivo. È l’uomo che deve tenere insieme motivazioni, pressioni, ambizioni e paure. Quando cambia, cambia anche il modo in cui la squadra respira.
La seconda parte di stagione: il campo come unico verdetto
Il vero giudizio, però, arriva sempre dopo. Perché il cambio in panchina è una promessa che deve diventare risultato. E nel girone A, dove le partite sono spesso tese e la regolarità è fondamentale, la promessa viene misurata in punti, non in parole.
Da qui in avanti, ogni nuova guida tecnica dovrà risolvere la stessa equazione: trasformare la novità in continuità. È la sfida più difficile. Perché la Serie D non premia chi “parte forte”, premia chi regge. E reggere significa avere idee chiare, un gruppo coeso e una gestione che non si spezza nei momenti critici.
La sensazione è che il girone A, già scosso da questi cambi, viva un girone di ritorno in cui le panchine diventeranno ancora più centrali: perché ogni punto pesa di più, ogni errore costa di più, ogni scelta sbagliata si paga senza sconti.
La Serie D, nel suo volto più autentico, è anche questo: un campionato in cui le decisioni raccontano il carattere delle società e la tenuta delle squadre. E il girone A di Serie D, quest’anno, lo sta raccontando con voce forte.



