Foggia. Bastano cinque lettere per evocare una città che con il pallone ha un rapporto viscerale, una passione che non chiede permessi, un’idea di calcio che vive anche quando tutto intorno sembra complicarsi. E proprio per questo, quando arriva una domenica come quella dell’11 gennaio 2026, il colpo non riguarda soltanto un tabellone. Riguarda il senso delle cose. Riguarda la credibilità di un sistema. Riguarda chi in campo ci va con l’età dei sogni e la faccia pulita, e scopre che spesso i sogni vengono messi alla prova in modo spietato.
Nell’Eccellenza pugliese, alla 23ª giornata, Foggia Incedit-Polimnia finisce 0-17. Diciassette gol subiti, zero segnati. Un punteggio che sembra irreale, ma è riportato nei resoconti di giornata con minuti e marcatori, come se l’eccesso avesse bisogno di essere fissato nero su bianco per essere creduto.
Eppure, se ci si ferma all’aritmetica, si rischia di sbagliare completamente la lettura. Perché sì, Foggia perde sul campo. Ma a perdere davvero è il sistema calcio, quello dilettantistico in particolare, dove l’instabilità “ammazza” il calcio e penalizza i giovani.
Foggia, cronaca di una partita che scappa via subito
Il racconto di questa partita inizia con un dettaglio che è già una condanna: al 2’ segna Signorile, al 3’ raddoppia Buonsante. Due minuti, due colpi. In qualunque categoria, anche nelle serie maggiori, un avvio così ti costringe a inseguire. In un contesto dilettantistico fragile, invece, può diventare una frana emotiva che trascina tutto: organizzazione, distanze, lucidità.
Poi arriva il 10’ con Marasciulo, e la sequenza continua come un fiume che non trova argini. Il tabellino, riportato con precisione, racconta una progressione che non concede pause: Signorile e Buonsante ricompaiono più volte, entrano Saliou, Mercurio, Gernone, Rapio, Dellino.
È la fotografia di una gara fuori controllo, dove una squadra spinge con continuità e l’altra non riesce più a respirare. Il punto, però, non è soltanto chiedersi “come” sia successo. Il punto è chiedersi “perché”, e soprattutto cosa dice questo 0-17 di Foggia rispetto al sistema in cui nasce.
La superiorità diventa valanga
La Polimnia vive una di quelle giornate in cui tutto riesce. Non è un’accusa, è un dato di campo: quando una squadra trova spazi, fiducia, ritmo e precisione, la partita può trasformarsi in una corsa senza ostacoli. E se dall’altra parte manca la possibilità di reggere l’urto, ogni gol diventa più facile del precedente.
Nel tabellino ufficiale della gara si legge anche l’indicazione dell’MVP attribuito a Buonsante, segno di una prestazione individuale che spicca dentro una prestazione collettiva dominante.
Ma questa non è una storia che si esaurisce con i meriti della Polimnia. Se fosse soltanto il racconto di una squadra che stravince e di una che crolla, sarebbe già enorme, ma resterebbe circoscritto. Qui, invece, entra in scena l’altra sconfitta, quella più ampia: Foggia travolta e, con Foggia, l’idea stessa che il calcio dilettantistico riesca sempre a proteggere chi dovrebbe crescere.
L’orgoglio non basta quando la struttura è fragile
Quando in una società la prima squadra si regge anche sull’energia dei giovani, la scelta può avere due volti. Il volto bello è quello della crescita: ragazzi che accelerano il loro percorso, che imparano la pressione, che sentono l’odore vero della domenica, che si formano in un contesto adulto. Il volto duro è quello dell’emergenza: giovani chiamati a reggere pesi che dovrebbero essere distribuiti, a coprire vuoti, a tamponare assenze, a “fare numero” quando la stabilità non c’è.
In giornate come questa, i giovani diventano il punto più delicato. Perché subire un 0-17 non è una semplice lezione tecnica. È una ferita. È una prova di identità. È un rischio, soprattutto se attorno manca una rete capace di trasformare la botta in apprendimento e non in umiliazione permanente.
Qui sta il cuore del tema centrale: Foggia perde 17 a 0, ma a perdere è il sistema calcio. L’instabilità del calcio dilettantistico “ammazza” il calcio e penalizza i giovani. Non perché i dilettanti siano “minori” per definizione, ma perché spesso sono lasciati soli a gestire problemi che non dovrebbero ricadere su uno spogliatoio e, meno che mai, su un ragazzo.
L’instabilità: cosa significa davvero “sistema calcio” nei dilettanti
Nel professionismo esistono contratti, controlli, obblighi, strutture che, pur con tutti i limiti, definiscono un perimetro. Nei dilettanti, invece, la parola “sistema” a volte è più un’aspirazione che una realtà. Ci sono società virtuose e organizzate, e poi ci sono società che vivono alla giornata, sospese tra costi crescenti e risorse ridotte, tra campi da trovare, trasferte da coprire, organici da ricostruire.
L’instabilità non è un concetto astratto. È quando cambi allenatore perché non puoi garantire una programmazione. È quando perdi giocatori a metà stagione per ragioni che non dipendono dal campo. È quando la domenica diventa un problema logistico prima ancora che sportivo. È quando un gruppo si presenta in condizioni di fragilità emotiva e numerica e affronta chi, invece, ha continuità, certezze, solidità.
Ecco perché lo 0-17 di Foggia non può essere letto solo come “differenza di valori”. In Eccellenza Puglia i valori contano, eccome, ma un punteggio così estremo è spesso la spia di uno squilibrio più profondo. Non serve inventare retroscena: basta osservare il dato per capire che qualcosa ha ceduto prima ancora del fischio d’inizio.
Quando la partita diventa una resa involontaria
Scorrendo i minuti delle marcature si vede una cosa chiara: non è un tracollo arrivato “alla fine”, quando le energie calano. È un cedimento cominciato subito e proseguito senza interruzioni.
In questi casi, anche la psicologia è tattica. Dopo i primi gol, non giochi più con la testa libera. Ogni palla persa pesa il doppio. Ogni rimpallo sembra una condanna. E quando subisci così tanto, la partita non è più la somma di scelte razionali: diventa un’esperienza di resistenza, spesso disordinata, talvolta inevitabilmente impotente.
Qui emerge un aspetto che nel calcio dilettantistico viene sottovalutato: la tutela del contesto mentale. Un ragazzo che vive un pomeriggio simile non lo archivia con un “ci rifaremo”. Se non è sostenuto da una società presente, da uno staff capace, da un ambiente che non trasforma tutto in una gogna, rischia di portarsi dietro un trauma sportivo.
Ed è esattamente qui che “ammazza” non è una provocazione. È una sintesi brutale. Perché il calcio, quando non protegge chi cresce, rischia di perdere la sua funzione più nobile: formare persone, non solo giocatori.
Foggia e la 23ª giornata: un campionato che non perdona
Il match Foggia Incedit-Polimnia fa rumore da solo, ma dentro la 23ª giornata disegna anche un quadro più ampio. I resoconti del turno riportano risultati e classifica aggiornati, collocando lo 0-17 come l’episodio più estremo di una domenica che comunque conferma quanto l’Eccellenza Puglia sia competitiva e, allo stesso tempo, spietata con chi è in difficoltà.
E non è un dettaglio secondario: quando un campionato è lungo, logorante, e la pressione della classifica aumenta, le squadre strutturate tendono a spingere, quelle fragili rischiano di rompersi. Non sempre in modo così clamoroso, ma spesso con segnali progressivi: sconfitte nette, difficoltà a fare punti, perdita di fiducia, e infine la domenica che esplode.
Foggia, in questo scenario, diventa un simbolo. Non perché debba esserlo per forza, ma perché lo 0-17 è talmente grande che costringe tutti a guardare. E guardare significa anche assumersi una responsabilità: quella di non ridurre tutto a una battuta.
“Ogni anno eventi simili”: non un caso isolato, ma un copione che ritorna
Dire che “ogni anno nelle serie minori si verificano eventi simili” significa riconoscere una dinamica ricorrente: ci sono stagioni in cui alcune società arrancano, altre corrono, e il divario, in determinati momenti, produce risultati sproporzionati, ritiri, crisi, squadre costrette a reinventarsi. Non sempre si arriva a un 0-17, ma la logica è quella: l’instabilità genera squilibri, e gli squilibri, prima o poi, si manifestano sul campo in modo violento.
È un copione che nasce da fattori noti: costi di gestione, difficoltà nel reperire risorse, infrastrutture non adeguate, programmazione ridotta, continuità tecnica fragile, e una catena che scarica la tensione sugli anelli più deboli. Spesso, quegli anelli sono i più giovani, quelli che dovrebbero essere protetti e invece si ritrovano esposti.
Foggia, con questa sconfitta, ci mette davanti alla domanda più scomoda: quanto è giusto che la formazione dei ragazzi passi attraverso domeniche che rischiano di distruggerli? La risposta non è eliminare la durezza del calcio. È costruire contesti che rendano la durezza sostenibile.
La responsabilità: società, federazione, comunità, comunicazione
Nel calcio dilettantistico, la responsabilità è diffusa. Non c’è un solo colpevole e non c’è una sola leva. C’è la società, che deve provare a garantire stabilità e tutela, anche nei limiti del possibile. C’è l’organizzazione del movimento, che deve chiedersi se esistono strumenti di accompagnamento per le realtà più fragili. C’è la comunità, che deve scegliere se sostenere o schiacciare. E c’è anche la comunicazione, che non può trasformare tutto in una vetrina del ridicolo.
Perché la gogna è facile e non serve. Serve, invece, una narrazione adulta. Uno 0-17 è un fatto sportivo enorme, certo, ma è anche un indicatore. Come una febbre: non è la malattia, è il segnale che qualcosa dentro non funziona.
Foggia, città e simbolo calcistico, merita che la discussione sia all’altezza. Non per “salvare la faccia”, ma per salvare l’idea di un calcio che non brucia i suoi ragazzi.
Foggia, il giorno dopo: come si ricostruisce senza rompere i giovani
La parte più difficile non è giocare quella partita. È viverne il giorno dopo. Tornare al campo, guardarsi negli occhi, ricominciare a fare esercizi semplici con la testa piena di rumore. Nel dilettantismo, dove il supporto psicologico strutturato raramente esiste, questa ricostruzione dipende molto dalle persone: allenatore, dirigenti, senatori dello spogliatoio, famiglie.
Il rischio maggiore è la semplificazione: cercare un capro espiatorio, individuare il giovane “troppo acerbo”, il portiere “colpevole”, il reparto “inermi”. Ma un 0-17 non è colpa di uno. È un collasso di sistema, dentro la partita e spesso fuori.
La ripartenza, se si vuole davvero tutelare, deve mettere al centro ciò che non va negoziato: la dignità. Dignità di allenarsi con serietà, di presentarsi in campo con un piano minimo, di evitare che l’emergenza diventi normalità. E soprattutto dignità di proteggere chi sta imparando, perché un giovane non può essere l’assicurazione di un sistema instabile e, nello stesso tempo, la vittima della sua instabilità.
Il senso del dilettantismo: la passione non basta più
Per anni il calcio dilettantistico ha retto anche grazie a una parola: passione. La passione di chi apre i cancelli, di chi segna le righe, di chi fa la trasferta, di chi mette mano al portafoglio, di chi allena per amore. Ma oggi la passione, da sola, non basta più. I costi crescono, la complessità aumenta, le persone si consumano. E quando il sistema non riesce a garantire stabilità, il campo diventa lo specchio di un equilibrio che salta.
Foggia, in questo quadro, è un avvertimento. Non perché sia l’unica realtà a vivere difficoltà, ma perché lo 0-17 costringe a guardare dove di solito si distoglie lo sguardo. Nei dilettanti si tende spesso a dire: “È così”. Ma “è così” non è una soluzione. È una resa.
Il dilettantismo ha bisogno di essere considerato per ciò che è: il serbatoio umano del calcio, la base che nutre anche il livello superiore, la palestra sociale e sportiva di migliaia di ragazzi. Se quella base scricchiola, il problema non resta confinato. Risale.
Il risultato resta, ma deve cambiare la lettura
Il Foggia Incedit sconfitto 17 a 0 dalla Polimnia è un fatto, e resterà negli archivi con i minuti delle reti: 2’, 3’, 10’ e via fino all’89’, come un elenco che fa male solo a scorrerlo.
Ma se l’archivio è il posto dei numeri, il calcio è il posto delle persone. E allora il punto non è soltanto ricordare lo 0-17. Il punto è decidere cosa farne.
Se diventa un meme, si perde un’occasione. Se diventa un processo, si perde una responsabilità. Se diventa una domanda, allora può diventare anche un inizio: che cosa possiamo fare perché l’instabilità non “ammazza” il calcio? Che cosa possiamo fare perché i giovani non paghino il prezzo più alto? Che cosa possiamo fare perché, nelle serie minori, non si debba ogni anno raccontare una storia che assomiglia troppo a questa?
Foggia, oggi, è il titolo più rumoroso. Ma il problema è di tutti. E se davvero si ama il calcio, la risposta non può essere l’indifferenza. Deve essere una presa di coscienza, concreta, adulta, finalmente all’altezza di chi scende in campo non per mestiere, ma per fede sportiva.



