Nel girone F c’è un dettaglio che chi lo segue conosce bene: le partite non cominciano quando l’arbitro fischia, ma molto prima, dentro i pensieri delle piazze. È un girone che mette insieme territori che vivono il calcio come un’appartenenza, non come un passatempo. E quando l’appartenenza incontra la pressione, la Serie D diventa un campionato che ti chiede risposte immediate. Qui l’inverno arriva sempre con una domanda secca: sei davvero ciò che credevi di essere ad agosto. Se la risposta è incerta, le società raramente restano immobili. Intervengono, cambiano, scuotono lo spogliatoio nel punto più sensibile: la panchina.
La stagione 2025/26, nel girone F, è stata attraversata da una sequenza di cambi tecnici che racconta molto più di un semplice avvicendamento. Racconta che il campionato è serrato, che la classifica è spesso una trappola di pochi punti, che la continuità è un lusso e la pazienza un rischio. Racconta anche un’altra verità, forse la più dura: nella Serie D non esiste un tempo “neutro”. O cresci, o ti consumi. E quando una società avverte che la squadra si sta consumando, il cambio di allenatore diventa la scorciatoia più rapida per ripartire, anche se è la più dolorosa.
Nel girone F i cambi in panchina hanno coinvolto piazze pesanti e storie diverse: dal Giulianova al L’Aquila, dal Chieti al Sora, passando per Castelfidardo, Vigor Senigallia, Sammaurese, Recanatese e San Marino. Alcuni avvicendamenti sono arrivati presto, già tra fine settembre e ottobre, come se l’autunno avesse subito imposto un verdetto. Altri sono esplosi tra novembre e dicembre, quando la stagione smette di essere una promessa e diventa una resa dei conti. In mezzo, c’è un girone che non perdona esitazioni e che spesso costringe a scegliere prima ancora di capire fino in fondo.
Giulianova, settembre e la scelta che pretende un cambio di passo
Ci sono piazze che, per storia e pretese, non accettano di navigare a vista. Il Giulianova è una di queste: un nome che porta con sé attese alte, anche quando la categoria dice di essere prudente. E nel girone F la prudenza è spesso un lusso che non ci si concede. Ecco perché il cambio arrivato il 30 settembre, con Roberto Cappellacci sostituito da Rosario Pergolizzi, è un passaggio che va letto come una dichiarazione. Non tanto contro qualcuno, quanto a favore di un’idea: la stagione va guidata, non subita.
Cambiare a fine settembre significa intervenire quando il campionato è ancora in fase di costruzione, quando molte squadre stanno ancora cercando automatismi e gerarchie. È una scelta che racconta urgenza, ma anche lucidità societaria: meglio una svolta immediata che una lenta deriva. Pergolizzi arriva in un contesto che pretende identità, perché in Serie D l’identità è spesso il vero valore aggiunto. Un gruppo può non essere perfetto tecnicamente, ma se ha un’idea chiara e una guida capace di tenere insieme testa e gambe, può attraversare il girone di ritorno con un’altra forza.
Il Giulianova, con questa svolta, mette subito un tema sul tavolo del girone F: chi vuole recitare un ruolo importante deve accendersi presto, perché recuperare più avanti, in un campionato così, costa il doppio.
Sora, ottobre e dicembre: una panchina che diventa campo di battaglia
Se c’è una storia che fotografa la tensione della Serie D nel girone F, è quella del Sora. Qui il cambio arriva il 7 ottobre, con Massimiliano Schettino sostituito da Domenico Giacomarro, e poi si ripete l’8 dicembre, quando Giacomarro viene rimpiazzato da Marco Scorsini. La doppia svolta è l’immagine più nitida di quanto possa essere instabile una stagione quando la squadra non riesce a trovare continuità.
Cambiare a inizio ottobre significa voler azzerare subito un principio di crisi. È una scelta che prova a prevenire, a non aspettare che le difficoltà diventino abitudine. Giacomarro entra con l’idea di dare struttura, ma la Serie D spesso non premia gli aggiustamenti lenti: se il gruppo non assorbe, se i risultati non arrivano, la società si ritrova di nuovo davanti allo stesso bivio. Ed è lì che scatta il secondo cambio, a dicembre, quando il campionato sta entrando nella sua fase più feroce, quella in cui ogni punto pesa come un macigno.
Scorsini arriva con la missione più difficile: non soltanto migliorare il rendimento, ma restituire serenità. Perché due cambi in pochi mesi consumano energie mentali, e nel dilettantismo le energie mentali spesso sono più fragili di quanto si creda. La Serie D, in questo senso, è un campionato di nervi: puoi anche avere qualità, ma se tremi, perdi. E il Sora ha scelto di intervenire due volte proprio per evitare di tremare nel momento decisivo.
Castelfidardo, il paradosso del ritorno: quando la scelta si ribalta
Tra le storie più emblematiche del girone F c’è quella del Castelfidardo, perché racconta una dinamica rarissima e sempre rivelatrice: il ritorno al punto di partenza. Il 12 ottobre Stefano Cuccù viene sostituito da Francesco Monaco. Poi, il 25 novembre, Monaco viene sostituito di nuovo da Cuccù. In altre parole, la società cambia, prova una strada, e poi decide che la strada originaria era quella più adatta.
Questo tipo di oscillazione è molto più di una curiosità. È la dimostrazione concreta di quanto sia sottile la linea tra scelta “giusta” e scelta “utile” in Serie D. Un cambio in panchina può sembrare logico sulla carta, ma il campo e lo spogliatoio hanno una lingua propria. Se la squadra non risponde, se l’ambiente non si riconosce nella nuova guida, la società può anche scegliere di tornare indietro, assumendosi il rischio di apparire indecisa pur di recuperare stabilità.
Nel girone F, dove molte squadre si equivalgono e la differenza la fa spesso il dettaglio mentale, una scelta di questo tipo può essere letta come un tentativo di rimettere la squadra dentro un equilibrio umano prima ancora che tattico. Cuccù torna con una responsabilità enorme: trasformare il ritorno in una ripartenza, e non in una semplice restaurazione. Perché tornare può essere rassicurante, ma la Serie D pretende anche evoluzione. Ecco perché il caso Castelfidardo è uno dei più interessanti: parla di identità, di compatibilità e di quella sottile chimica che in categoria fa la differenza tra una stagione tranquilla e una stagione tormentata.
Sammaurese, ottobre e la ricerca di concretezza nel momento giusto
Il 14 ottobre la Sammaurese sceglie di cambiare: Antonino Asta lascia e arriva Mauro Antonioli. È un cambio che si inserisce in quella finestra autunnale in cui molte società fanno una valutazione netta: il tempo dell’attesa è finito, adesso serve concretezza.
La concretezza, in Serie D, non è un concetto astratto. È la capacità di trasformare una partita complicata in un punto. È saper gestire l’episodio, saper non sbandare dopo un gol subito, saper restare dentro la gara anche quando la giornata non ti assiste. Antonioli arriva con l’obiettivo di dare proprio questo: una squadra più solida, più pragmatica, più “difficile” da affrontare.
Nel girone F, questo tipo di intervento spesso decide la stagione. Perché tante squadre, in questa zona del campionato, non vincono con la spettacolarità, ma con la regolarità. E la regolarità è un’ossessione da costruire in settimana, non una magia che arriva la domenica.
L’Aquila, ottobre e la responsabilità di una piazza che non aspetta
Quando si parla di Serie D e di piazze che pesano, L’Aquila entra sempre nella conversazione. E proprio per questo, il cambio del 26 ottobre, con Sandro Pochesci sostituito da Michele Fucili, assume un valore particolare. Qui non si tratta soltanto di una scelta tecnica. Si tratta di un messaggio alla piazza e, insieme, di una promessa al gruppo: da questo momento, cambia la traiettoria.
Cambiare a fine ottobre significa intervenire quando il campionato ha già dato segnali chiari. Non sei più all’inizio, non sei ancora a metà, ma sei nel momento in cui le strade iniziano a distinguersi. Una società come L’Aquila, per storia e ambizione, sa che aspettare può trasformarsi in un rischio enorme. Fucili arriva con la responsabilità di tenere insieme pressione e lavoro, perché la pressione di una piazza può essere una spinta o una zavorra. Dipende da come viene gestita.
In Serie D, l’allenatore è spesso un equilibratore emotivo. Deve assorbire tensioni, proteggere lo spogliatoio, ma anche pretendere. E quando la piazza è grande, questa funzione diventa decisiva. L’Aquila, con quel cambio, sceglie di costruire una nuova risposta proprio quando il girone F inizia a diventare un campionato di resistenza.
Chieti, la storia più simbolica: andata e ritorno tra novembre e novembre
Se il Castelfidardo racconta il ritorno come scelta di stabilità, il Chieti racconta il ritorno come simbolo di quanto la Serie D possa essere imprevedibile. Il 3 novembre Francesco Del Zotti viene sostituito da Massimo Silva. E poi, il 18 novembre, Silva viene sostituito da Del Zotti. Quindici giorni, due cambi, una panchina che diventa un terremoto.
Qui il girone F mostra il suo volto più spietato: la rapidità con cui le valutazioni possono cambiare, il modo in cui l’urgenza può prendere il sopravvento. Un cambio così ravvicinato suggerisce che la società abbia cercato una scossa immediata, e che quella scossa non abbia prodotto l’effetto desiderato, o che l’equilibrio interno abbia richiesto una correzione ancora più rapida. Nel dilettantismo, dove i rapporti umani sono centrali, queste dinamiche possono emergere in modo brusco.
Del Zotti che torna in panchina significa anche che, nonostante tutto, la società ha ritenuto che la strada originaria avesse ancora senso, o che lo spogliatoio fosse più compatibile con quella guida. È una storia che parla di compatibilità, e la compatibilità in Serie D è spesso più importante del curriculum. Perché se una squadra non “segue”, nessuna idea regge. E se invece segue, anche una stagione complicata può essere rimessa in piedi.
Il Chieti, con questa doppia svolta, diventa uno dei casi più narrativi del girone F: un promemoria costante sul fatto che il calcio di questa categoria vive di equilibri delicati e di decisioni che possono cambiare il volto di una settimana.
Vigor Senigallia, la notte dell’interim: quando la transizione dura un giorno
Nel girone F c’è anche un caso che spiega benissimo la funzione dell’interim in Serie D. La Vigor Senigallia cambia il 9 novembre, con Giuseppe Magi sostituito da Francesco Berretta in qualità di interim. E il giorno dopo, il 10 novembre, Berretta viene sostituito da Aldo Clementi. Un passaggio lampo, una transizione che dura appena il tempo necessario a mettere un argine e aprire la porta alla scelta definitiva.
Questo tipo di sequenza racconta un meccanismo tipico del dilettantismo: quando una società decide di intervenire ma ha bisogno di formalizzare la soluzione definitiva, l’interim diventa una figura di continuità minima, un ponte necessario per evitare che lo spogliatoio resti senza guida. È un gesto pratico, ma anche psicologico. Perché una squadra senza guida, anche solo per pochi giorni, rischia di disperdersi.
Clementi arriva dunque con il compito di dare direzione e stabilità. Nel girone F, novembre è un mese crudele: il campionato entra nella fase in cui la classifica pesa e i margini si stringono. E la Vigor Senigallia ha scelto di intervenire in modo rapido e netto, come se avvertisse che perdere tempo significasse perdere terreno.
Recanatese, dicembre e la scelta di cambiare rotta prima che sia tardi
Il 27 dicembre la Recanatese cambia: Mirko Savini viene sostituito da Giovanni Pagliari. È un cambio che arriva nel periodo più simbolico, quello in cui molte società scelgono di presentarsi al girone di ritorno con un’altra faccia. Cambiare tra Natale e fine anno significa dire che la stagione non è finita, che c’è ancora spazio per riscriverla, ma anche che non si vuole entrare nel 2026 portandosi dietro dubbi.
Pagliari entra in un contesto in cui il girone di ritorno sarà un campo minato. In Serie D, da gennaio in poi, ogni partita sembra valere doppio perché le squadre hanno meno tempo per correggere. Se sbagli, paghi subito. Se trovi continuità, invece, puoi anche ribaltare una classifica che sembrava dura.
La Recanatese, con quel cambio, sembra aver scelto la strada più chiara: una guida nuova per provare a dare stabilità e punti in un periodo in cui la stabilità è spesso la merce più rara.
San Marino, fine dicembre e l’ultima svolta prima del nuovo anno
Il 30 dicembre arriva un altro cambio: il San Marino sostituisce Andrea Malgrati con Corrado Ingenito. Anche qui il periodo è significativo: fine dicembre è quel punto in cui le società non vogliono più aspettare. Vogliono entrare nel nuovo anno con un messaggio chiaro allo spogliatoio e alla piazza.
Ingenito arriva con l’obiettivo di dare una nuova organizzazione e un nuovo spirito. Nel calcio dilettantistico, spesso, l’allenatore deve prima di tutto ricostruire fiducia. Perché quando una squadra cambia guida, vive un micro-trauma: cambiano le routine, cambiano le gerarchie, cambia la percezione. Se questa percezione diventa positiva, la squadra può ritrovare energia. Se diventa negativa, la squadra rischia di spegnersi.
Il San Marino, con la scelta di fine anno, prova dunque a spostare l’inerzia prima della ripartenza piena, sfruttando il periodo come una sorta di reset mentale.
Che cosa racconta il girone F: la Serie D come campionato delle decisioni
Guardando l’insieme, il girone F offre una fotografia limpida della Serie D contemporanea: un campionato in cui le società sono reattive, spesso costrette a scegliere in tempi rapidi, e sempre più consapevoli che la continuità non si improvvisa. Il Giulianova cambia a settembre per pretendere un salto immediato. Il Sora cambia due volte tra ottobre e dicembre perché la stagione ha chiesto risposte più forti. Il Castelfidardo e il Chieti raccontano il paradosso del ritorno, dimostrando che la compatibilità è più importante delle etichette. La Vigor Senigallia attraversa un interim lampo che spiega quanto l’urgenza possa essere concreta. L’Aquila cambia per proteggere una piazza che non aspetta. La Sammaurese sceglie concretezza. Recanatese e San Marino intervengono a fine anno per presentarsi al girone di ritorno con un’altra anima.
In tutto questo c’è una lezione costante: in Serie D l’allenatore è molto più di un tecnico. È un gestore di tensioni, un costruttore di abitudini, un uomo capace di trasformare un gruppo in una squadra. E quando una società cambia allenatore, cambia il modo in cui la squadra vive la settimana, non solo la domenica.
Il girone di ritorno e il giudizio finale: quando la scossa deve diventare continuità
La parte più dura, però, arriva adesso. Perché ogni cambio in panchina produce quasi sempre una reazione iniziale: più intensità, più attenzione, più voglia di dimostrare. Ma la reazione dura poco. Poi resta solo il lavoro. E nel girone F, dove la classifica spesso si decide su dettagli, la differenza tra un cambio riuscito e un cambio inutile sarà proprio la capacità di trasformare la novità in continuità.
Continuità significa trovare punti anche quando non sei brillante. Significa non sbandare dopo una sconfitta. Significa non farti travolgere da una settimana rumorosa. Significa, soprattutto, avere un’identità semplice e funzionale: una squadra che sa cosa deve fare, anche quando la partita si complica.
È questo che i nuovi allenatori dovranno costruire nel cuore dell’inverno. La Serie D non premia la promessa, premia la stabilità. E nel girone F la stabilità si conquista spesso nella parte più invisibile della stagione: gli allenamenti, la gestione del gruppo, l’equilibrio dello spogliatoio. Lì si decide se la panchina cambiata diventa davvero un cambio di destino.
Nel girone F la panchina è un racconto che vale quanto la classifica
Se il girone F 2025/26 avesse una colonna sonora, sarebbe un ritmo spezzato, nervoso, fatto di accelerazioni improvvise. È il ritmo delle panchine che cambiano, dei ritorni che sorprendono, delle società che non vogliono restare ferme. È il ritmo della Serie D, che in questo girone si mostra senza filtri: una categoria dura, vera, esigente, in cui la domenica giudica tutti.
Le svolte ci sono state e hanno già riscritto la narrazione del campionato. Adesso, però, arriva la parte decisiva: quella in cui non conta più il clamore del cambio, ma la capacità di costruire risultati. Nel girone F, più che altrove, le stagioni non si vincono con la speranza. Si vincono con la continuità. E la continuità, quasi sempre, nasce dalla panchina.



