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Serie D, Girone I: terremoti continui in panchina del 2025

Nel girone I la Serie D assume contorni estremi. Non esiste una via di mezzo, non esiste la calma apparente che in altri gironi può durare settimane. Qui ogni partita pesa come una sentenza, ogni punto perso viene vissuto come un tradimento, ogni scelta tecnica viene amplificata da una passione che non concede sconti. È il girone in cui la pressione non è un fattore esterno, ma una componente strutturale del campionato. E quando la pressione diventa costante, la panchina diventa inevitabilmente il punto più fragile e più osservato.

La stagione 2025/26 sta raccontando un girone I attraversato da scosse continue, cambi di guida ravvicinati, ritorni clamorosi e decisioni prese spesso nel cuore dell’autunno o nel pieno dell’inverno. È il girone in cui la Serie D mostra il suo volto più crudo: quello in cui l’allenatore non è soltanto un tecnico, ma un parafulmine, un interprete della piazza, un mediatore tra campo e tifoseria. Quando questa mediazione si rompe, il cambio diventa quasi inevitabile.

I club coinvolti nei ribaltoni di panchina sono nomi pesanti e storici: Reggina, Trapani, Siracusa, Vibonese, Acireale, Licata e Ragusa. Ognuno con una storia diversa, ma con un denominatore comune: nessuno ha voluto restare fermo davanti alle difficoltà. Perché nel girone I, restare fermi equivale quasi sempre a essere travolti.

Reggina, quando la panchina pesa quanto la maglia

Parlare di Reggina in Serie D significa parlare di una realtà che vive la categoria come una ferita aperta. La stagione 2025/26 parte con ambizioni altissime e con una pressione che accompagna ogni allenamento. In questo contesto, il cambio di guida tecnica arriva come un atto quasi inevitabile quando il percorso non rispecchia le aspettative.

La panchina amaranto cambia nel corso dell’autunno, con la società che sceglie di intervenire per evitare che il peso della piazza si trasformi in un freno definitivo. Nel girone I, allenare una squadra come la Reggina significa affrontare un esame ogni domenica, e spesso anche durante la settimana. Ogni pareggio viene discusso, ogni sconfitta ingigantita, ogni scelta analizzata.

Il cambio in panchina, qui, non è solo una questione di risultati. È una scelta di gestione emotiva. La società prova a rimettere ordine, a restituire serenità, a creare un argine tra campo e rumore esterno. Ma nel girone I, questo argine è sempre fragile. E l’allenatore che arriva sa che il suo lavoro non sarà mai giudicato solo per il gioco espresso, ma soprattutto per la capacità di reggere l’urto ambientale.

Trapani, l’urgenza di vincere che accorcia il tempo

Il Trapani è un altro esempio perfetto di come il girone I non conceda attese. Qui l’obiettivo è chiaro fin dall’inizio: stare davanti. E quando stare davanti diventa complicato, la società interviene. Il cambio di allenatore arriva come risposta a una stagione che non stava prendendo la piega desiderata, con la consapevolezza che in Sicilia il tempo è una risorsa scarsa.

Cambiare guida tecnica nel Trapani significa tentare di riallineare ambizione e campo. Perché il problema, spesso, non è solo tecnico. È la distanza tra ciò che la piazza si aspetta e ciò che la squadra restituisce. E quando questa distanza cresce, la pressione diventa ingestibile.

Nel girone I, il Trapani rappresenta il caso tipico della squadra che non può permettersi di “galleggiare”. O corre, o affonda. E il cambio in panchina è il tentativo di rimettere il motore al massimo regime prima che la stagione scivoli via.

Siracusa, il peso della tradizione e la ricerca di equilibrio

Anche il Siracusa vive una stagione segnata da un cambio di allenatore che racconta molto del girone I. Qui la tradizione è pesante, il pubblico è esigente, la categoria viene vissuta come un passaggio obbligato ma temporaneo. Quando i risultati non rispecchiano questa visione, la società sente il bisogno di intervenire.

Il cambio di guida tecnica avviene con l’idea di ritrovare equilibrio, perché nel girone I l’equilibrio è spesso la chiave per sopravvivere. Non sempre serve dominare, ma serve reggere. Serve saper gestire le partite sporche, le trasferte complicate, i momenti in cui il campo non aiuta. L’allenatore subentrante viene chiamato per questo: non per promettere spettacolo, ma per restituire solidità.

Il Siracusa, in questo senso, rappresenta una delle tante piazze che cercano una via di mezzo tra ambizione e realismo. Ma nel girone I questa via di mezzo è stretta, e basta poco per cadere da una parte o dall’altra.

Vibonese, quando la stagione chiede una scossa mentale

La Vibonese è un altro nome che attraversa una fase di cambiamento in panchina. Qui il tema è soprattutto mentale. In un girone dove ogni trasferta è una prova di carattere, la squadra ha bisogno di certezze. Quando queste certezze vengono meno, la società sceglie di intervenire.

Il cambio di allenatore arriva come tentativo di ridare energia, di spezzare una routine che non stava producendo risultati. In Serie D, e in particolare nel girone I, la routine negativa è pericolosissima: si trasforma in paura, la paura diventa errore, l’errore diventa sconfitta. L’allenatore nuovo deve rompere questo ciclo, anche a costo di semplificare tutto.

La Vibonese, con questa scelta, mostra quanto nel girone I la dimensione psicologica sia determinante. Perché spesso le squadre non perdono per inferiorità tecnica, ma per fragilità emotiva. E la panchina è il primo strumento per intervenire su questo aspetto.

Acireale, la scelta di non aspettare oltre

L’Acireale è una di quelle realtà che conoscono bene la Serie D e le sue trappole. Proprio per questo, quando la stagione prende una piega complicata, la società decide di non aspettare. Il cambio in panchina arriva come risposta a un percorso che stava diventando pericoloso, con l’idea di prevenire un inverno di sofferenza.

Nel girone I, l’inverno è spesso il momento in cui le squadre si spezzano. Campi difficili, pressioni crescenti, margini ridotti. Cambiare prima significa provare a presentarsi a quel periodo con una squadra più pronta, più organizzata, più consapevole. L’allenatore subentrante, in questo caso, viene chiamato a dare immediatezza: poche idee, chiare, funzionali.

L’Acireale, scegliendo la svolta, conferma una regola non scritta della Serie D siciliana: meglio intervenire una volta in più che una volta in meno, perché rimettere insieme i pezzi a stagione compromessa è quasi impossibile.

Licata, tra orgoglio e necessità di reagire

Anche il Licata vive un cambio di guida tecnica che si inserisce perfettamente nella narrativa del girone I. Qui l’orgoglio è un valore centrale, e quando la squadra non riesce a esprimerlo in campo, la società sente il dovere di reagire. Il cambio in panchina diventa quindi un atto di responsabilità verso l’ambiente.

Nel calcio dilettantistico, soprattutto al Sud, l’allenatore è spesso il primo interprete dell’orgoglio di una piazza. Se quella interpretazione non convince, la fiducia si consuma in fretta. Il Licata sceglie di intervenire per ricostruire questo legame, con l’idea che una squadra che si sente rappresentata possa ritrovare anche i risultati.

Nel girone I, questo aspetto è amplificato. Perché le partite sono spesso cariche di tensione, e una squadra che entra in campo senza convinzione viene travolta. Il nuovo allenatore, quindi, deve prima di tutto ridare anima, prima ancora che organizzazione.

Ragusa, gennaio e la decisione che prova a cambiare il destino

Nel girone I non mancano nemmeno i cambi arrivati a stagione inoltrata. Il Ragusa interviene nel cuore dell’inverno, quando il girone di ritorno è già iniziato e i margini di errore sono minimi. È una scelta che racconta disperazione, ma anche speranza. Perché cambiare a gennaio significa credere ancora nella possibilità di raddrizzare il cammino.

L’allenatore subentrante, in questi casi, entra in una situazione complessa: poco tempo, tanta pressione, poche possibilità di sbagliare. Ma è anche vero che la Serie D, soprattutto nel girone I, a volte regala reazioni imprevedibili. Una squadra che cambia e trova subito una scossa può ribaltare un destino che sembrava segnato.

Il Ragusa, con questa scelta, mostra il lato più umano del campionato: quello in cui non ci si arrende, nemmeno quando la strada sembra in salita.

Cosa racconta il girone I: la Serie D senza filtri

Mettendo insieme tutte queste storie, il girone I appare come lo specchio più fedele della Serie D nella sua forma più estrema. Qui la panchina è un luogo di passaggio continuo, perché la pressione è costante e le aspettative altissime. Reggina e Trapani incarnano il peso della storia. Siracusa e Acireale rappresentano la ricerca di equilibrio. Vibonese e Licata raccontano la necessità di ritrovare anima. Ragusa simboleggia la speranza di una svolta anche quando il tempo stringe.

In questo girone, più che altrove, il cambio allenatore è una scelta di sopravvivenza. Non è mai un dettaglio. È un tentativo di restare aggrappati al campionato, di non farsi travolgere da una classifica che corre più veloce delle intenzioni.

Il girone di ritorno: quando la scossa deve diventare miracolo quotidiano

Ora arriva la parte più difficile. Perché nel girone I, più che negli altri, l’effetto novità dura pochissimo. Una partita, due al massimo. Poi resta solo la realtà: allenamenti, sacrificio, gestione delle tensioni. L’allenatore nuovo deve trasformare una scossa emotiva in una normalità vincente. E questo è il compito più arduo.

La Serie D, nel girone I, non concede seconde possibilità. Se il cambio funziona, la squadra può rinascere. Se non funziona, la stagione rischia di implodere. E in mezzo c’è sempre la piazza, con la sua passione, la sua rabbia, il suo amore incondizionato. Gestire tutto questo è una sfida che va oltre il campo.

Il girone I come essenza pura della Serie D

Il girone I 2025/26 è la rappresentazione più cruda e autentica della Serie D. Un campionato dove la panchina è spesso il primo terreno di battaglia, dove le società sono costrette a scegliere in fretta, dove l’allenatore diventa simbolo di speranza o bersaglio di frustrazione. I cambi di guida tecnica non sono solo episodi, ma capitoli di una storia più grande: quella di un calcio che vive di passione vera e di tensioni reali.

Ora il giudizio finale spetta al campo. Perché la Serie D non guarda i nomi, non guarda le intenzioni. Guarda solo una cosa: la continuità. E nel girone I, conquistare continuità è l’impresa più difficile di tutte.

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