La Supercoppa Women non è stata soltanto una partita: è stata una radiografia emotiva e tecnica di una rivalità che, stagione dopo stagione, sta costruendo un linguaggio comune per tutto il movimento. Roma e Juventus sono arrivate a Pescara con la consapevolezza di essere il centro di gravità del calcio femminile italiano, e lo Stadio Adriatico “Giovanni Cornacchia” ha restituito una storia chiarissima: la Roma ha avuto tratti di dominio, la Juventus ha avuto il dono crudele della letalità. È finita 2-1 per le bianconere, in rimonta, con un finale che ha il sapore delle grandi finali, quelle in cui gli episodi non sono casuali ma conseguenza di identità precise.
C’è una frase che sembra inseguire la Roma nelle notti dei trofei: costruisce, spinge, crea, ma quando arriva il momento di capitalizzare paga la mancanza di concretezza. Dall’altra parte la Juventus accetta la sofferenza, aspetta, resta compatta e colpisce quando conta davvero. Non è una morale comoda, e infatti è la più interessante: perché obbliga a guardare la Supercoppa Women come un duello tra filosofia e pragmatismo, tra controllo e sentenza.
Pescara, lo scenario: una vetrina globale per la Supercoppa Women
Il contesto ha pesato, eccome. Perché la Supercoppa Women di Pescara non è stata “solo” una finale: è stata un evento pensato per mostrarsi, per dichiarare ambizioni. La partita è stata trasmessa in 159 Paesi, con una produzione televisiva da 12 telecamere e con un dato simbolico che racconta crescita e curiosità: quota 4.500 biglietti superata già prima del calcio d’inizio. È un dettaglio che diventa sostanza, perché quando l’evento si sente importante, le giocatrici lo percepiscono e lo restituiscono in campo.
E in campo, infatti, si è vista una finale vera: intensa senza essere isterica, piena di scelte tattiche e di micro-duelli, con un ritmo che ha alternato fasi di pressione e fasi di gestione. È il tipo di partita in cui la qualità emerge anche quando la palla scotta, e in cui la storia tende a premiare chi sa restare lucido nel minuto in cui si decide tutto.
Il copione del match: Roma avanti, Juventus chirurgica
La cronaca, da sola, dice già molto. Roma avanti al 23’ con Manuela Giugliano, Juventus capace di pareggiare al 40’ con Vangsgaard, poi la firma definitiva di Cristiana Girelli all’85’, con un colpo di tacco che è insieme gesto tecnico e manifesto: quando l’occasione è mezza, lei la trasforma in intera. È la rimonta che assegna alla Juventus la quinta Supercoppa della sua storia, mentre la Roma resta ferma a quota due.
Ma la Supercoppa Women non si esaurisce nei minuti dei gol. Perché tra il 23’ e l’85’ ci sono state le vere domande del match: quanto vale dominare senza chiudere? quanto costa sbagliare la scelta negli ultimi metri? e soprattutto, quanto pesa l’esperienza quando la partita si spezza e diventa una somma di episodi?
Roma: controllo, ampiezza, ritmo. E quel limite negli ultimi metri
Per lunghi tratti la Roma ha dato la sensazione di tenere il volante. Possesso palla ordinato, baricentro alto, ricerca dell’ampiezza e volontà di imporre il ritmo: una squadra che vuole decidere dove si gioca, non limitarsi a giocare. La Supercoppa Women, nella fase iniziale e in diversi momenti della ripresa, ha parlato romanista: manovra pulita, tentativo costante di arrivare nella trequarti avversaria con continuità.
Eppure, proprio quando la Roma arrivava vicino all’area, la partita cambiava faccia. Lì dove serve l’ultima scelta, il tempo giusto, il dettaglio che trasforma un’azione buona in un tiro pulito, è emerso il limite che fa più male perché non si vede nei dati del possesso: la lucidità terminale. Viens non è riuscita a trovare il momento per diventare realmente pericolosa, Babajide ha faticato nell’uno contro uno e nella scelta finale, e l’infortunio che l’ha costretta a uscire ha tolto ulteriore fluidità a una fase offensiva già “bella” ma non cattiva. Pilgrim, entrata, non ha inciso come ci si aspettava, e la Roma ha perso soluzioni pulite in area.
È qui che la Supercoppa Women si è trasformata in una lezione: non basta arrivare spesso, serve arrivare bene. E arrivare bene, in una finale, significa anche accettare che a volte la giocata più semplice è la più giusta.
Giugliano: la firma del vantaggio e la regia emotiva
Se la Roma ha avuto un punto di riferimento tecnico e mentale, quello è stato Giugliano. Il gol del 23’ è stato la ricompensa di una presenza costante, di una leadership che non si limita alla fascia o al gesto plateale: è una leadership fatta di gestione, di personalità, di capacità di mettere ordine quando la gara si spezzetta. Anche quando la partita è diventata più sporca, più nervosa, Giugliano è rimasta una garanzia.
In una Supercoppa Women così, una giocatrice come lei diventa metronomo e bussola: dà senso al possesso e tiene viva l’idea di squadra, anche nei momenti in cui l’inerzia emotiva comincia a scivolare via.
Gli episodi: quando una finale si decide nei dettagli
C’è un punto delicatissimo, nelle finali, in cui la parola “episodio” rischia di diventare alibi. Qui, invece, l’episodio è stato rivelatore. Sul gol subito dalla Roma, pesa una gestione non impeccabile di Baldi, non decisiva in una situazione leggibile: non basta a spiegare la sconfitta, ma sposta qualcosa, perché certe indecisioni, a questi livelli, cambiano l’inerzia emotiva della gara. La Supercoppa Women si è inclinata appena, quel tanto che basta per far scivolare la partita verso chi sa approfittarne.
E la Juventus, quando sente l’odore dell’occasione, raramente lascia che l’attimo passi.
Juventus: compattezza, maturità e una cinicità che diventa cultura
La Juventus ha interpretato la Supercoppa Women con una maturità quasi spietata. Meno possesso, meno iniziativa, ma una densità tattica che ha dato la sensazione di avere sempre una risposta, anche quando la Roma spingeva. Le bianconere hanno saputo abbassarsi senza scomporsi, restare compatte, aspettare con pazienza il momento giusto. È un tipo di calcio che, visto da fuori, può sembrare “rinunciatario”, ma nelle finali è spesso la forma più alta di intelligenza: scegliere quando soffrire e quando colpire.
In questa lettura c’è anche la mano dell’allenatore: una Juventus capace di affidarsi alle sue giocatrici simbolo quando la partita chiede esperienza e sangue freddo. È una qualità che non si improvvisa: si costruisce in anni di gare decisive.
De Jong e Salvai: la sicurezza dietro che rende possibile la sentenza davanti
Ogni finale ha bisogno di un portiere e di una guida difensiva che trasformino la pressione in normalità. Nella Supercoppa Women, il contributo di de Jong è stato descritto come decisivo: sicura nelle uscite, reattiva quando chiamata in causa. Davanti a lei, Salvai ha guidato la difesa con autorevolezza, limitando i rischi nei momenti più intensi della pressione romanista.
Sono prestazioni che non sempre entrano nei titoli, ma costruiscono il terreno su cui poi può fiorire la giocata che decide il trofeo. Perché se resisti, prima o poi l’occasione arriva. E se sei la Juventus, spesso basta un’occasione.
Vangsgaard: il pareggio che cambia inerzia
Il gol del 40’ di Vangsgaard ha avuto un valore che va oltre la rete in sé. È arrivato in un momento psicologico pesante per la Roma, che aveva appena raccolto il vantaggio e stava provando a consolidare dominio e fiducia. Il pareggio ha rimesso tutto in discussione, ma soprattutto ha dato alla Juventus un messaggio interno chiarissimo: la partita è lì, basta restare nel match.
In una Supercoppa Women equilibrata, quel pareggio ha agito come una leva: ha spostato la pressione sulle giallorosse e ha reso ancora più “naturale” la strategia bianconera di attendere il momento decisivo.
Girelli: il tacco dell’85’ come manifesto della Supercoppa Women
Poi arriva lei. Cristiana Girelli, all’85’, con un colpo di tacco che non è solo una prodezza estetica, ma la sintesi della differenza tra le due squadre: quando la partita entra nel punto di non ritorno, l’esperienza pesa, e chi sa trasformare una mezza occasione in un gol che vale un trofeo fa la differenza. In termini narrativi, è il tipo di gesto che cristallizza una finale. In termini tecnici, è la capacità di leggere traiettoria, spazio, tempo e postura in una frazione di secondo.
Quella giocata spiega la Supercoppa Women meglio di mille analisi: la Roma ha avuto molte sequenze “buone”, la Juventus ha avuto la sequenza “decisiva”. E nelle finali la differenza è quasi sempre lì.
Perché la Roma è sembrata dominante eppure non ha vinto
Qui sta il nodo, quello che fa discutere e che rende la Supercoppa Women una partita da rivedere. Dominare non significa necessariamente vincere, soprattutto se la dominanza è territoriale e non si traduce in occasioni pulite. La Roma ha controllato a tratti, ha imposto ritmo, ha occupato bene le zone di campo, ma ha pagato due fattori: la difficoltà nel trasformare il possesso in conclusioni realmente pericolose e la perdita di brillantezza negli ultimi metri quando la partita chiedeva cattiveria.
La Juventus, invece, ha giocato una finale “da Juventus”: ha scelto di restare corta, di non farsi aprire, di accettare che la Roma avesse la palla, ma non gli spazi migliori. E quando la Roma è arrivata vicino all’area, spesso lo ha fatto senza quel mezzo secondo di vantaggio che permette di calciare senza interferenze.
La Juventus vince senza dominare: una competenza che vale un trofeo
Il verdetto della Supercoppa Women racconta una verità che spesso dà fastidio a chi ama il calcio propositivo: si può vincere anche senza dominare. La Juventus alza il trofeo dimostrando di saper gestire i momenti chiave, di saper soffrire senza perdere compattezza e di avere individualità capaci di decidere con un gesto solo. La Roma esce dal campo con la consapevolezza di aver giocato una buona partita, ma anche con la conferma di un limite che ritorna nelle finali: creare tanto senza chiudere i conti.
È questione di dettagli, di freddezza, di gestione del “quando”. E su questo piano, almeno in questa Supercoppa Women, la Juventus è stata un passo avanti.
Un punto di svolta per la stagione: cosa lascia davvero questa Supercoppa Women
La Supercoppa Women di Pescara non è un trofeo isolato: è un segnale. Per la Juventus è la conferma di una mentalità competitiva che sa riaccendersi nelle gare secche, e la certificazione di una leadership tecnica pronta a emergere nei minuti finali. Per la Roma è un promemoria severo ma utile: il calcio di qualità non basta se non diventa calcio “risolutivo”, soprattutto quando l’avversario non ti concede una seconda chance.
C’è anche un elemento di narrazione più ampia: questa finale è l’ennesima puntata di una sfida che la FIGC sta valorizzando come evento, con numeri di distribuzione internazionale e produzione televisiva che vanno letti come investimento sul prodotto Serie A Women. Se la Supercoppa Women viaggia in 159 Paesi, significa che il movimento vuole essere guardato, misurato, giudicato. E allora ogni dettaglio, anche il più piccolo, diventa parte di un racconto collettivo.
La lezione più importante: concretezza non è cinismo, è lucidità
C’è una tentazione, dopo una partita così, di ridurre tutto a un confronto morale: “bello” contro “brutto”, proposta contro attesa. Ma la Supercoppa Women suggerisce una lettura più utile: la concretezza non è cinismo, è lucidità. La Juventus non ha vinto perché “ha giocato meno”, ha vinto perché ha scelto con precisione i momenti in cui spingere e quelli in cui resistere, e perché ha avuto giocatrici capaci di trasformare la pressione in un gesto tecnico definitivo.
La Roma, invece, non ha perso perché ha giocato bene, ma perché non ha trasformato quel bene in sufficiente. E nel calcio, soprattutto nelle finali, “quasi” non è una categoria: conta solo ciò che resta sul tabellone.
Supercoppa Women, l’ultima immagine che resta negli occhi
Alla fine, quando si spengono le luci e rimane il silenzio che segue le finali, la Supercoppa Women lascia un’immagine nitida: la Roma con la palla e la sensazione di poter comandare, la Juventus con la pazienza di chi sa aspettare, e poi quel tacco di Girelli che taglia la partita in due. È un gesto che vale un trofeo e che, soprattutto, vale una storia: quella di un movimento che cresce, che riempie stadi, che si esporta nel mondo e che trova nelle sue rivalità più forti una spinta continua a migliorare.
E se è vero che le finali non si giudicano, si ricordano, allora questa Supercoppa Women sarà ricordata così: Roma a tratti dominante, Juventus letale. Non per caso, ma per identità.



