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martedì 21 Luglio 2026
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Serie D, 26ª giornata: le decisioni del giudice sportivo

La Serie D non è solo un campionato: è un romanzo settimanale fatto di curve che ribollono, panchine che fremono, spogliatoi carichi di tensione e domeniche che cambiano l’umore di una città. E quando il pallone smette di rotolare, c’è un altro “fischio” che pesa come un macigno: quello della giustizia sportiva. L’ultimo comunicato del Giudice Sportivo relativo a quanto avvenuto durante la 26ª giornata del campionato ha lasciato tracce nette, tra reclami respinti, ammende pesantissime e squalifiche che riscrivono gerarchie e prospettive.

In questa Serie D ogni episodio diventa un dettaglio decisivo. Un petardo che esplode, una bottiglia che vola, una frase di troppo nel corridoio degli spogliatoi: piccoli istanti che, messi nero su bianco, diventano sanzioni, stop, e soprattutto segnali forti. E stavolta i segnali sono chiarissimi.

Serie D, il caso che fa rumore: reclamo respinto e “lite temeraria”

C’è una parola che, nel linguaggio dei comunicati, suona quasi come una sentenza morale oltre che sportiva: “lite temeraria”. Il caso nasce dalla gara tra Celle Varazze e Cairese, con il club ligure convinto di aver subito un’irregolarità decisiva: la mancata espulsione di un giocatore avversario per presunta doppia ammonizione.

Ma la ricostruzione ufficiale è un’altra storia. Il referto e il supplemento arbitrale chiariscono che l’ammonizione contestata era riferita a un calciatore diverso da quello indicato nel reclamo. Tradotto: nessuna irregolarità, nessun errore “determinante”, nessun motivo per annullare e ripetere la partita. In Serie D, dove un punto può valere una stagione, è un colpo durissimo.

Il verdetto è netto: reclamo rigettato, risultato confermato. E non solo. Arriva anche la condanna alle spese in favore della Cairese: 500 euro per lite temeraria. È una di quelle decisioni che fanno scuola, perché raccontano quanto sia sottile il confine tra il legittimo diritto di protestare e un’azione ritenuta priva di fondamento.

Serie D e ammende: quando la domenica costa carissima

Se il campo decide i punti, la curva può decidere il conto. E in Serie D la voce “ammende” non è mai una formalità: è la fotografia di una passione che, quando supera il limite, diventa problema.

La multa più alta della tornata è per il Barletta: 1.400 euro. Il motivo è chiaro e pesante: materiale pirotecnico introdotto e utilizzato dai sostenitori con numeri importanti (petardi e fumogeni). È un richiamo severo a una realtà che nel dilettantismo spesso si sottovaluta, ma che la giustizia sportiva tratta con crescente rigidità.

Subito dietro c’è la Puteoli Real Normanna con 1.000 euro: due bottiglie semipiene lanciate, una sul terreno di gioco e una verso una panchina, senza colpire nessuno. In Serie D non conta solo l’esito, conta il gesto: il rischio creato, l’immagine data, la sicurezza compromessa.

Poi spicca l’ammenda da 800 euro al Vivi Altotevere Sansepolcro: frasi offensive rivolte alla terna arbitrale nella zona antistante gli spogliatoi. Non è solo questione di stadio: è questione di clima, di rispetto, di confini che non vanno oltrepassati.

Chiudono il quadro altre sanzioni: 300 euro alla Flegrea Puteolana per una bottiglietta lanciata in campo e 100 euro al ChievoVerona per un fumogeno. Anche qui, la Serie D ribadisce un principio: passione sì, ma senza zone grigie.

Serie D, panchine sotto pressione: allenatori squalificati e stop pesanti

La panchina, in Serie D, è spesso un vulcano. Si vive tutto a pochi metri dal campo, con la partita addosso come una maglia bagnata. Eppure, proprio per questo, le sanzioni agli allenatori fanno più rumore: perché tolgono leadership, carisma, lettura tattica in corsa.

Due casi dominano: quattro giornate di squalifica a Michele Radaelli (Casatese) e a Massimo Agovino (Gelbison) per espressioni offensive verso ufficiali di gara. Quattro turni, in Serie D, sono un periodo lunghissimo: significa attraversare un mese senza il proprio riferimento, con inevitabili ricadute sul gruppo.

A cascata arrivano altri stop più brevi e ammonizioni, spesso legate all’uscita indebita dall’area tecnica o a proteste. È il segno di una categoria dove il confine tra agonismo e eccesso è sempre sottilissimo.

Serie D e squalifiche “shock”: pugni, gomitate e offese alla terna

Il capitolo più duro, però, è quello dei calciatori. Perché in Serie D i contrasti sono ruvidi, ma quando si passa alla violenza o alle minacce cambia tutto: cambiano le partite e cambia il giudizio sull’intero movimento.

Tra le squalifiche più pesanti spiccano quelle da quattro giornate: Walid Khribech (Foligno) per offese al direttore di gara e Tommaso Busatto (San Giuliano City) per offese alla terna arbitrale al termine del match. Sono provvedimenti che pesano come macigni: quattro domeniche senza campo significano perdere ritmo, spazio, fiducia.

Poi c’è il blocco delle tre giornate per condotte violente: Vincenzo Cali (Campodarsego), Karol Di Mauro (Acireale) e Tanasii Kosovan (Gelbison), tutti sanzionati per aver colpito un avversario con un pugno. Tre episodi distinti, stesso messaggio: la Serie D non può permettersi di normalizzare la violenza.

Scende a due giornate Daniele Pistillo (Notaresco) per una gomitata al volto a gioco in svolgimento, mentre altre squalifiche raccontano gesti “al limite” che in campo fanno la differenza: manate, frasi minacciose, interventi che negano un’evidente opportunità di rete. In Serie D, ogni dettaglio viene pesato e trasformato in conseguenza.

Serie D, la lezione del comunicato: il confine tra epopea e caos

Questo comunicato lascia una traccia chiara: la Serie D è un campionato vivo, travolgente, popolare. Ma proprio perché è così vicino alla gente, non può permettersi di essere indulgente con ciò che mette a rischio il gioco, la sicurezza e la credibilità.

Il verdetto sul reclamo “temerario” è un monito: protestare è legittimo, ma serve sostanza. Le ammende raccontano un’altra verità: il tifo è un valore, ma quando diventa lancio di oggetti o pirotecnico si trasforma in danno. Le squalifiche più pesanti, infine, fissano una linea rossa che non va oltrepassata: pugni, gomitate e offese alla terna arbitrale non sono “calcio vero”, sono un problema.

Eppure, proprio in questa tensione continua, la Serie D resta affascinante: perché è il luogo dove tutto è più diretto, più umano, più vero. Anche quando fa male. Anche quando arriva una sanzione a ricordarti che, nel calcio, non basta avere cuore: serve anche misura.

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